20.08.2022 – SABATO SAN BERNARDO DI CLAIRVAUX – MATTEO 23,1-12 “…Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei”.

… il VECCHIO FARISEO COMMENTA…. In illo tempore: dixit Iesus…

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Dal Vangelo secondo MATTEO 23,1-12

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato». Parola del Signore

Mediti…AMO

LA VITA E IL PENSIERO DEL SANTO

Bernardo (Digione, Francia, 1090 – Chiaravalle-Clairvaux 20 agosto 1153), dopo Roberto, Alberico e Stefano, fu padre dell’Ordine Cistercense.

L’obbedienza e il bene della Chiesa lo spinsero spesso a lasciare la quiete monastica per dedicarsi alle più gravi questioni politico-religiose del suo tempo.

Maestro di guida spirituale ed educatore di generazioni di santi, lascia nei suoi sermoni di commento alla Bibbia e alla liturgia un eccezionale documento di teologia monastica tendente, più che alla scienza, all’esperienza del mistero. Ispirò un devoto affetto all’umanità di Cristo e alla Vergine Madre.

A ventidue anni si fa monaco, tirando con sé una trentina di parenti. Il monastero è quello fondato da Roberto di Molesmes a Cîteaux (Cistercium in latino, da cui cistercensi).

A 25 anni lo mandano a fondarne un altro a Clairvaux, campagna disabitata, che diventa la Clara Vallis sua e dei monaci.

È riservato, quasi timido. Ma c’è il carattere. Papa e Chiesa sono le sue stelle fisse, ma tanti ecclesiastici gli vanno di traverso.

È severo anche coi monaci di Cluny, secondo lui troppo levigati, con chiese troppo adorne, “mentre il povero ha fame”.

Ai suoi cistercensi chiede meno funzioni, meno letture e tanto lavoro. Scaglia sull’Europa incolta i suoi miti dissodatori, apostoli con la zappa, che mettono all’ordine la terra e l’acqua, e con esse gli animali, cambiando con fatica e preghiera la storia europea.

E lui, il capo, è chiamato spesso a missioni di vertice, come quando percorre tutta l’Europa per farvi riconoscere il papa Innocenzo II (Gregorio Papareschi) insidiato dall’antipapa Pietro de’ Pierleoni (Anacleto II).

E lo scisma finisce, con l’aiuto del suo prestigio, del suo vigore persuasivo, ma soprattutto della sua umiltà.

Questo asceta, però, non sempre riesce ad apprezzare chi esplora altri percorsi di fede. Bernardo attacca duramente la dottrina trinitaria di Gilberto Porretano, vescovo di Poitiers. E fa condannare l’insegnamento di Pietro Abelardo (docente di teologia e logica a Parigi) che preannuncia Tommaso d’Aquino e Bonaventura.

Nel 1145 sale al pontificato il suo discepolo Bernardo dei Paganelli (Eugenio III), e lui gli manda un trattato buono per ogni papa, ma adattato per lui, con l’invito a non illudersi su chi ha intorno: “Puoi mostrarmene uno che abbia salutato la tua elezione senza aver ricevuto denaro o senza la speranza di riceverne? E quanto più si sono professati tuoi servitori, tanto più vogliono spadroneggiare“.

Eugenio III lo chiama poi a predicare la crociata (la seconda) in difesa del regno cristiano di Gerusalemme. Ma l’impresa fallirà davanti a Damasco.

Bernardo arriva in una città e le strade si riempiono di gente. Ma, tornato in monastero, rieccolo obbediente alla regola come tutti: preghiera, digiuno, e tanto lavoro.

Abbiamo di lui 331 sermoni, più 534 lettere, più i trattati famosi: su grazia e libero arbitrio, sul battesimo, sui doveri dei vescovi…

E gli scritti, affettuosi su Maria madre di Gesù, che egli chiama mediatrice di grazie (ma non riconosce la dottrina dell’Immacolata Concezione).

Momenti amari negli ultimi anni: difficoltà nell’Ordine, la diffusione di eresie e la sofferenza fisica. Muore per tumore allo stomaco.

È seppellito nella chiesa del monastero, ma con la Rivoluzione francese i resti andranno dispersi; tranne la testa, ora nella cattedrale di Troyes.

Alessandro III lo proclama santo nel 1174. Pio VIII, nel 1830, gli dà il titolo di Dottore della Chiesa.

 

ESAME DEL TESTO EVANGELICO

Nel vangelo secondo Matteo, dopo diversi scontri e controversie tra Gesù e scribi, sacerdoti, farisei (Mt 21,23-22,46), durante il suo ultimo soggiorno a Gerusalemme, egli pronuncia un lungo discorso, il penultimo, prima di quello escatologico.

Si tratta di una raccolta di invettive e di ammonizioni indirizzate da Gesù proprio a quei suoi avversari che tante volte lo avevano contraddetto, gli avevano teso tranelli, lo avevano messo alla prova, lo avevano calunniato e insidiato con giudizi e complotti.

Questo discorso, registrato al capitolo 23, è duro, e può meravigliarci di trovarlo sulla bocca di chi con misericordia perdonava i peccatori, mangiava con loro e li faceva sentire amati da Dio, anche se non meritavano tale amore.

Gesù attacca i legittimi pastori del suo popolo, i dirigenti, quelli che erano riconosciuti esperti delle sante Scritture, che erano ritenuti maestri e modelli esemplari per i credenti.

Sia però chiaro che queste sue parole vanno a colpire vizi religiosi non solo giudaici ma anche cristiani!

MA FACCIAMO BENE ATTENZIONE: Gesù non fa di tutta l’erba un fascio, non si scaglia contro i tutti i farisei, tutti i sacerdoti, tutti i maestri, ma contro coloro che in quel preciso tempo dominavano, erano al comando; contro quelli che lo accuseranno, lo perseguiteranno e, dopo averlo condannato, lo consegneranno ai pagani per l’esecuzione capitale.

Dunque, questi rimproveri non vanno applicati generalizzando, ma vanno ANCHE ripetuti per noi cristiani, che nella chiesa svolgiamo una funzione e siamo ritenuti “uomini e donne di Dio”, secondo il linguaggio corrente.

Gesù chiama in causa Mosè, immagine di una umiltà POSSIBILE NELL’UOMO. Per questo, dice, siede in cattedra ed è degno di essere chiamato profeta e patriarca.

Chi, INVECE, come i farisei, usurpa questo TRONO DI SERVIZIO per farne uno strumento di potere, privilegio e violenza come accadeva per farisei e sacerdoti, violenta quella stessa parola di cui si ritiene custode. Infatti ciò che conta non sono le parole, ma le opere.

Il Maestro di Nazareth non è come i rabbini suoi contemporanei.

E nemmeno come i sacerdoti del tempio che ostentano il loro ritrovato potere.

E nemmeno come i farisei che giudicano duramente la classe sacerdotale ritenendola poco virtuosa.

E nemmeno come gli esseni che aspettano la venuta del Messia come una setta apocalittica.

Gesù è TOTALMENTE altro. Arde di passione per il Padre, ama le persone che incontra, manifesta compassione, misericordia e tenerezza, tutti sentimenti che sono, all’epoca, quasi proibiti. Soprattutto se a manifestarli era un maschio adulto.

Gesù è diverso, non cerca i primi posti, fossero anche legati al ruolo religioso e all’autorità.

Potrebbe sollevare la folla che pende dalle sue labbra, potrebbe afferrare l’occasione e fare qualcosa di innovativo per la religione dell’epoca.

Non è così: perché il Falegname di Nazareth, è libero da tutti, MA NON DA DIO. E tutto questo sbalordisce le persone.

Ma torniamo a Mosè. C’è una cattedra del popolo di Dio, c’è un ministero, un servizio reso ai credenti, ossia il compito di proclamare la parola di Dio contenuta nella Torah data da Mosè a Israele nel deserto, dopo la liberazione dall’Egitto.

Il Dio che ha liberato il suo popolo dalla schiavitù ha anche dato al suo popolo la Torah, l’insegnamento, affinché conoscesse la sua volontà e fosse dunque un popolo di testimoni capaci di proclamarla a tutte le genti.

Dopo Mosè, molti e diversi sono stati i maestri, dotati di un magistero per il popolo, ma quanti in quel momento storico (30 d.C.) erano i dirigenti e le guide religiose, abitualmente insegnavano in modo conforme alla tradizione ma in loro non c’era coerenza di comportamento, perciò mancavano di autorità.

Predicavano pur bene ai fedeli, MA IN REALTÀ NON OSSERVAVANO QUANTO DICEVANO.

Erano persone che, con le labbra dicevano una cosa, ma con il cuore ne pensavano altre (Mt 15,8; Is 29,13).

Dimenticavano purtroppo per loro che “Fare e osservare” sono le espressioni con cui il popolo ha scelto il Signore, ha ripudiato gli idoli e ha sancito con lui l’alleanza “Quanto il Signore ha detto, noi lo faremo e lo ascolteremo” (Es 24,7), ovvero “lo comprenderemo nella misura in cui lo metteremo in pratica”.

TALE PROMESSA DOVEVA VALERE TANTO PIÙ PER I CAPI DEL POPOLO DEL SIGNORE, E INVECE COSTORO ESAURIVANO LA REALTÀ NELLA SUA PROCLAMAZIONE VERBALE.

E questo perché in fondo non ascoltavano, perché chi ascolta il Signore obbedisce.

Ma essi preferivano sentire la parola del Signore per predicarla senza ascoltarla, senza fare l’esperienza della faticosa realizzazione della volontà di Dio attraverso un intelligente discernimento e un’azione piena di carità.

Succede anche a noi di dire e poi di non agire conseguentemente, ma lo dobbiamo confessare ai fratelli e alle sorelle, senza pretendere di essere esemplari se non siamo coerenti nel nostro comportamento reale e quotidiano: siamo peccatori e ciò non va MAI nascosto!

Gesù definisce questo comportamento “ipocrisia” e lo condanna.

Segue un’altra accusa: “Legano fardelli pesanti e difficili da portare e li impongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito”.

Qui Gesù intravede la funzione assunta da scribi e farisei: spiegare la Legge, determinare il comportamento, interpretare il comando emanando precetti.

E così la parola di Dio, data come Torah, insegnamento, diventava SOLO UNA INFINITA SERIE DI PRESCRIZIONI LEGALI MINUZIOSISSIME.

Mentre, all’inizio, lo scopo era quello di porre una siepe attorno alla Legge per custodirla. Di fatto questi precetti, UMANI, finivano per essere pesi imposti sulle spalle soprattutto dei piccoli, pesi e fatiche che loro, i legislatori, non conoscevano e certamente non portavano.

DI FATTO, IN TAL MODO SI ANNULLAVA LA PAROLA DI DIO, LA SI ELUDEVA CON ABILITÀ, SI SVUOTAVA IL COMANDO DATO DAL SIGNORE (Mc 7,8-13; Mt 15,3-6).

E, da ultimo, vorrei ricordare che il Vangelo odierno ha la sua eco nel brano di Malachia, ultimo dei profeti Minori, di cui, la data della profezia sembra risalire al tardo V sec. a.C., con ogni probabilità all’epoca del ritorno di Neemia in Persia nel 433–424 a.C. ca (Ne 5,14 e 13,6).

Questo profeta si scaglia contro i sacerdoti del tempio, perché si sono allontanati dalla via del Signore e sono diventati un inciampo che fa cadere il popolo, cioè uno scandalo per i fedeli del tempo.

Il profeta li invita ad essere uniti nel bene guardando all’unico Dio.

Il rischio dell’ipocrisia è una tentazione presente in ogni epoca: la fede cristiana è splendida ed esigente, per questo si può cadere in una sorta di simulazione, in cui la vita non corrisponde al Vangelo.

Il Signore, denunciando il comportamento ipocrita dei farisei, vuole invitarci a vigilare su questo aspetto: se gli altri cercano la fama, il successo, l’applauso, il consenso, non così deve essere per chi vuole davvero seguirlo.

Egli ci mette in guardia perché l’insidia del posto d’onore, può fuorviare il discepolo.

Come Paolo di Tarso, che racconta la sua premura ai Tessalonicesi, anche noi siamo chiamati ad essere servitori della gioia dei fratelli, immersi nella croce di Cristo e vittoriosi nella sua Risurrezione e non a porre pesi inutili sulle spalle dei nostri compagni di viaggio.

Ragioniamoci sopra…

Sia Lodato Gesù, il Cristo!