08.03.2023 MERCOLEDI’ 2 SETTIMANA QUARESIMA A – MATTEO 20,17-28 “Lo condanneranno a morte”.

«Fermatevi nelle strade e guardate, informatevi circa i sentieri antichi, dove sta la strada buona e prendetela, così troverete pace per le anime vostre». Geremia 6,16

Pietro Saltarelli… il VECCHIO FARISEO COMMENTA…. In illo tempore: dixit Iesus…

Vedere approfondimenti sul nostro sito WWW.INSAECULASAECULORUM.ORG

Dal Vangelo secondo MATTEO 20,17-28

In quel tempo, mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e lungo il cammino disse loro: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti e agli scribi; lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché venga deriso e flagellato e crocifisso, e il terzo giorno risorgerà». Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo con i suoi figli e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?». Gli dicono: «Lo possiamo». Ed egli disse loro: «Il mio calice, lo berrete; però sedere alla mia destra e alla mia sinistra non sta a me concederlo: è per coloro per i quali il Padre mio lo ha preparato». Gli altri dieci, avendo sentito, si sdegnarono con i due fratelli. Ma Gesù li chiamò a sé e disse: «Voi sapete che i governanti delle nazioni dòminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo. Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». Parola del Signore

 

Mediti…AMO

Il vangelo di oggi ci presenta tre punti:

  • il terzo annuncio della passione (Mt 20,17-19),
  • la richiesta della madre dei figli di Zebedeo (Mt 20,20-23)
  • e la discussione dei discepoli per il primo posto (Mt 20,24-28).

E, in questo contesto, vediamo Gesù che si avvicina sempre di più al momento della sua Passione e sente il bisogno di vicinanza, di confidenza, di conforto. Per cui prende in disparte i suoi discepoli per condividere con essi la sua pena.

Purtroppo, la reazione dei Dodici e della madre dei figli di Zebedeo è assurda e, scalzando la pena di Gesù, pongono, al centro di quel triste momento, un sogno di grandezza e di ambizione, che

È ASSOLUTAMENTE IN CONTRASTO CON LA TERRIBILE REALTÀ DELLA CROCE.

Al termine di una discussione di così basso livello, di fronte alla miseria, intellettuale e del cuore, dei più intimi, Gesù sottolinea, ancora una volta, lo stile che deve possedere il suo discepolo

  • “…colui che vorrà essere primo tra voi si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti“.

Ma essi sono ben lontani, anche questa volta, dal comprendere.

E quel che colpisce è il fatto di questa donna, tutta pervasa da un amore tanto cieco per i suoi due figli, che pur hanno avuto l’enorme ventura, di seguire tanto da vicino il Messia.

Dovrebbero averne “respirato” le aspirazioni, gli intenti, il modo di essere., tanto da doverne essere “fuoco nel Fuoco”.

E, invece, ne sono talmente lontani, che vivono la stoltezza di un sogno sbagliato, qual è quello di voler primeggiare, di voler possedere un posto d’onore in quel regno che dal Signore è concepito come il supremo donare sé stessi, il supremo donarsi come amore.

Purtroppo abbiamo qui una madre, che dovrebbe in qualche modo incarnare l’amore oblativo, che invece sostiene e aiuta i figli a realizzare il contrario: L’AMORE EGOISTICO, VOLTO NON A SERVIRE, MA A DOMINARE.

Da questa donna dobbiamo imparare che anche noi siamo davanti a una scelta:

  • quella di dell’amore di Cristo che lucidamente vive l’appressarsi della realizzazione del dono totale di sé,
  • o quella dell’amore stolto e cieco di una madre che, snaturando la sua femminilità, aiuta i figli a diventare schiavi del proprio egoismo feroce.

Ma torniamo nel testo evangelico odierno, cercando di approfondire meglio.

Stanno andando verso Gerusalemme e Gesù cammina innanzi a loro, ben sapendo che lo uccideranno.

Il profeta Isaia lo aveva già annunciato (se avete tempo vi consiglio di leggere Is 50,4-6 e Is 53,1-10).

La sua morte non sarà frutto di un piano stabilito in precedenza, MA LA CONSEGUENZA DELL’IMPEGNO ASSUNTO RIGUARDO ALLA MISSIONE RICEVUTA DAL PADRE ACCANTO AGLI ESCLUSI DEL SUO TEMPO.

Per questo Gesù parla ai discepoli della tortura e la morte che lui dovrà affrontare a Gerusalemme.

Il discepolo deve seguire il maestro, anche se deve soffrire come lui. I discepoli sono impauriti e lo accompagnano con paura.

Non capiscono ciò che sta succedendo (Lc 18,34). La sofferenza non andava d’accordo con l’idea che avevano del messia (Mt 16,21-23).

In questo contesto troviamo la richiesta di questa madre, che vuole ottenere il primo posto per i figli.

E anche i discepoli, non solo non capiscono la portata del messaggio di Gesù, ma cercano di soddisfare le loro ambizioni personali.

E, quando Gesù insiste NEL SERVIZIO E NEL DONO DI SÉ, essi continuano a chiedere i primi posti nel Regno, perché continuavano a guardare Gesù con lo sguardo di sempre, del passato. Ragion per cui, volevano una ricompensa per averlo seguito.

Cerchiamo di non essere farisei, ricordiamoci che le stesse tensioni esistevano nelle comunità del tempo di Matteo, ma esistono ancora oggi nelle nostre comunità.

Comunque, Gesù dice con fermezza “….Voi non sapete quello che chiedete!”

E chiede se sono capaci di bere il calice che lui, Gesù, berrà e se sono disposti a ricevere il battesimo che lui riceverà.

È il calice della sofferenza, il battesimo di sangue e il Maestro vuol sapere se loro, invece del posto d’onore, accettano di donare la propria vita fino alla morte.

E i due rispondono “…lo possiamo“. Una risposta detta senza alcuna convinzione, perché, pochi giorni dopo, abbandonarono Gesù e lo lasciarono solo nell’ora della sofferenza (Mc 14,50).

Al contrario di ciò che essi pensano per sé stessi, la croce è sempre presente nel cuore di Gesù, perché è la meta della sua vita.

Un sacrificio liberamente offerto con gioia al Padre, in soddisfazione del male compiuto dall’uomo, e non solo un martirio.

Certo, egli aggiunge che “il terzo giorno risusciterà”, ma ora è tutto rivolto alla passione che si avvicina.

Invece i sentimenti di Giacomo, di Giovanni e della loro madre appaiono molto umani. Essi custodiscono nel loro cuore questo bisogno di gloria, questo bisogno di apparire, che esiste in ciascuno di noi.

Il nostro io, nella logica di questo mondo, resta sempre più occupato dal desiderio di dominare. Ma Gesù ci ricorda come fa con Giacomo e Giovanni, che se vogliamo aver parte con lui nella Sua gloria, dobbiamo bere per intero lo stesso suo calice.

Dobbiamo anche noi morire, fare la volontà del Padre, portare la nostra croce seguendo Gesù, gratuitamente e con grande convinzione, senza curarci di sapere prima quale sia il nostro posto nel suo regno.

Ma è interessante anche cercare di capire i vari personaggi del Vangelo attraverso i dettagli che il Vangelo stesso ci rivela.

Pensiamo oggi a Giacomo e Giovanni: DUE FRATELLI, CHE IN QUESTO VANGELO NON SONO NEPPURE CHIAMATI PER NOME, SE NON SEMPLICEMENTE “I FIGLI DI ZEBEDEO”.

Zebedeo, infatti, era il padre e questo è testimoniato anche da altri Vangeli, in particolare in quello di Marco, che ce lo ricorda sulla spiaggia di Cafarnao in Galilea, intento a esercitare il suo mestiere di pescatore e a riparare le reti assieme ai figli.

E questo, proprio mentre Gesù, passando, ordina ai suoi figli, Giacomo e Giovanni di abbandonare ogni cosa e di seguirlo.

E mi piace sottolineare come questo padre, Zebedeo, non ostacola in alcun modo il loro immediato e generoso consenso alla vocazione.

Gesù poi chiamerà i due, in lingua aramaica, “boanerghes”, cioè “figli del tuono”; forse per la loro pronta e fulminea risposta alla chiamata, ma anche per il caratterino che avevano.

Una etimologia assolutamente incerta, in quanto, non esiste alcun elemento in grado di dirci quale sia l’effettiva composizione del termine, tanto che gli esegeti e gli studiosi protendono per l’ipotesi che vi sia stato un errore nel trascrivere il testo.

L’epiteto sembrerebbe, infatti, diviso in “boan” ed “erghes”, e, se “boan” potrebbe essere la corruzione del termine “ben” (figlio), “erghes” non trova riscontro con i termini semitici che indicano il tuono.

Prendendo per buona (data la vicinanza temporale) la traduzione di Marco, ci sono diverse ipotesi a riguardo del significato di “figli del tuono”.

La più diffusa è certamente quella che vuol vedere nell’epiteto una stigmatizzazione del carattere impetuoso dei due fratelli; però alcuni fanno notare che il “tuono”, presso la religione ebraica, è anche una “teofania” (Es 19,19; 2Sam 22,14; Sal 28,5; Ger 25,30; Ez 1,24; Gv 12,29), che necessita di un’interpretazione, per cui il termine avrebbe potuto indicare anche che Giacomo e Giovanni avessero il carisma di interpretare il tuono dell’Onnipotente.

Altri ancora pensano si possa trattare di un epiteto nato dalla forza della loro predicazione.

Come scrive Thomas Merton, un monaco del XX secolo e grande autore di spiritualità contemporanea, “l‘orgoglio ci rende artificiali e l’umiltà ci rende reali”.

Ragioniamoci sopra…

Prega il Signore per me… Fratello che Leggi…

Sia Lodato Gesù, il Cristo!